La notte del Séder è fondamentalmente basata su una serie di domande alle quali si risponde con la lettura della Haggadà. Si apre quindi con le quattro domande che i bambini devono porre al padre alla tavola del Séder. Le domande del brano Ma Nishtanà sono estremamente importanti; per questo, se una coppia non ha ancora figli è la moglie a recitarlo e, se si trascorre il Séder da soli, si pongono addirittura a se stessi.
Anche i “quattro figli”, simbolo delle diverse categorie di persone che compongono il popolo ebraico, pongono alcune domande. La prima è quella del saggio che chiede: «Quali sono le ‘edòt, i chukìm e i mishpatìm (tre diverse categorie di leggi) che Hashèm, nostro Dio, vi ha comandato? ».
Il saggio, in cima alla scala fra coloro che osservano i precetti, è uno studioso, una persona dalle vaste conoscenze nell’ambito della Torà. Ma apparentemente la sua domanda è molto semplice, tutt’altro che profonda; è quella che potrebbe porre una persona qualunque, forse ignorante, che interroga i più sapienti sulle leggi riguardanti l’osservanza della festività di Pésach e sulle loro ragioni. Qual è allora il messaggio sicuramente celato in questa domanda?
Esistono tre categorie di precetti: chukìm, ‘edòt e
mishpatìm. I chukìm non sono comprensibili alla mente umana,
poiché non ci viene fornita alcuna motivazione sulla loro osservanza e quindi
devono essere eseguiti per quello che sono: precetti di D-o.
Le ‘edòt – lett. testimonianze – invece, sono le leggi
riguardanti, per esempio, le festività: non saremmo arrivati a osservarle se D-o
non ce lo avesse ordinato, ma possiamo capirne il senso perché sono in ricordo
di qualcosa di conosciuto. Mangiamo la matzà in memoria del pane che non
ebbe tempo di lievitare quando gli ebrei erano in procinto di uscire
dall’Egitto; digiuniamo a Kippùr perché l’astinenza porta al pentimento,
e così via...
I mishpatìm sono infine le leggi che la mente umana non può non
capire: qualunque persona, con un minimo di buon senso, sa che non è lecito
privare il prossimo di ciò che gli appartiene – ossia rubare – e togliergli la
vita – ossia uccidere...
Ma queste differenze tra le diverse categorie di leggi non toccano affatto il
saggio, che è completamente sottomesso a D-o e per questo non lascia che il suo
intelletto, e quindi la comprensione dei precetti, interferisca con la sua
osservanza. Il saggio osserva tutte le mitzvòt esattamente nella stessa
maniera, poiché sono quanto D-o ha comandato e hanno per lui un unico
significato: sono la volontà di D-o.
Se gli fosse comandato di raccogliere sassi ogni mattina lo farebbe con il
medesimo zelo, con lo stesso entusiasmo con cui indossa i filatteri giorno dopo
giorno, poiché con l’uno o con l’altro precetto realizza la volontà del
Creatore.
È quindi chiaro il senso della domanda del saggio: "Quali sono le
‘edòt, i chukìm e i mishpatìm che D-o, nostro Dio, vi ha
comandato? Ovvero: perché le mitzvòt sono suddivise in categorie
diverse?". Per lui, che è sottomesso al Signore, si trovano tutte sullo stesso
piano. È questo il motivo per cui dice vi ha comandato e non ci ha
comandato: nessuna differenza lo riguarda.
La domanda del saggio è quindi molto più profonda di quanto sembri a un primo
approccio poiché espressione del suo altissimo livello spirituale, che tutti noi
dobbiamo cercare di raggiungere.
Esistenza Dipendente
I maestri paragonano quella situazione alla condizione di un feto, che da un lato ha una vita propria in quanto possiede gli organi di una persona, ma dall’altro non conduce una vita indipendente poiché vincolato alla madre e costretto a seguirne tutti i movimenti.
Analogamente, nonostante fossero una nazione, gli ebrei erano totalmente dipendenti dagli egizi, e il rischio di lasciarsi trascinare dall’idolatria era assolutamente tangibile.
Di conseguenza, l’unica mezzo per acquistare l’indipendenza e tagliare il “cordone ombelicale” era il Korbàn Péssach, il sacrificio dell’agnello, che gli egizi consideravano una divinità. Il coraggio dimostrato dagli ebrei nell’uccidere e consumare la carne di un animale venerato in Egitto era il primo passo verso il distacco dalla cultura egiziana.
Esistenza Libera
Tutto ciò fornisce un insegnamento eterno sull’importanza dell’emancipazione. L’ebreo si considera un uomo indipendente; la consapevolezza di possedere intelletto e libero arbitrio lo porta all’intima convinzione di essere libero. Resta però pur sempre immerso nell’ambiente che lo circonda e gli è attaccato come il feto lo è alla madre: in realtà, egli resta schiavo dell’ambiente, schiavo della cultura, delle abitudini e del modo di pensare propri del luogo in cui vive.
La festa di Péssach ci infonde la forza di raggiungere la reale libertà. Il primo passo è quello di uccidere gli “idoli” che, seppure inconsciamente, adoriamo, siano essi denaro o notorietà; dobbiamo prendere le distanze dalle abitudini dell’ambiente che ci circonda – la moda, l’abbigliamento, il comportamento – per seguire il nostro modus vivendi che è quello indicatoci dalla Torà. Allora cesseremo di essere schiavi di altri uomini e di altre filosofie diventando unicamente servi di Dio, Colui che ci ha creati e che ci ha indicato la strada sicura da seguire nella vita, per il nostro bene: solo seguendo la sua volontà diventeremo veramente liberi.
I figli di Israele conobbero queste tre fasi con l’uscita dall’Egitto. All’inizio dovettero autoannullarsi, ossia staccarsi radicalmente dallo stato precedente; dovevano annullarlo e prepararsi a cogliere la nuova identità.
Questo concetto viene espresso dal primo nome della ricorrenza: Festa delle Azzime. Le azzime – in ebraico matzòt – non contengono neppure una briciola di lievito, sono completamente piatte e per questo rappresentano, a differenza del pane lievitato, la più totale umiltà e sottomissione, il totale annullamento. I figli di Israèl dovevano quindi dimenticare, abbandonare la loro precedente identità per preparasi ad acquisirne una nuova.
La fase successiva è quella del Tempo della Nostra Libertà. Il significato di libertà è “piena facoltà della propria essenza di esprimersi”. La libertà di un ebreo consiste nello studio della Torà e nell’osservanza delle mizvòt (precetti), come dissero i nostri saggi: l’unico uomo libero è colui che si impegna nello studio della Torà (Pirké Avòt 6, 2). Questa è quindi la seconda fase dell’elevazione del popolo ebraico, in cui la propria essenza viene consacrata a Dio, alla Torà e alle mitzvòt, ottenendo la vera libertà.
La fase finale è quindi la Festa di Péssach. Il termine péssach indica l’atto di saltare qualcosa, come è scritto a proposito dell’ultima piaga inflitta agli egizi, quella della morte dei primogeniti (Shemòt 12, 27): e Hashèm ha saltato le case dei figli di Israèl. In questa fase il popolo ebraico salta, passando a uno stato completamente diverso da quello precedente e acquisendo un’identità del tutto nuova. Ciò avvenne al momento del dono della Torà sul monte Sinày, quando Hashèm elevò il popolo ebraico e gli attribuì una nuova essenza, unendolo a Sé ed elargendogli il dono dell’eternità.
In questi concetti è sottinteso un insegnamento valido per ogni ebreo, nel suo sforzo quotidiano di servire Hashèm. La base del “lavoro” spirituale – l’avodà – è il timore del Creatore e la sottomissione a Lui. Questa però non è che la prima tappa della crescita spirituale, in cui ci si limita a sconfiggere la propria “anima animalesca” – i propri istinti al male – e a dominare il proprio corpo. Il servizio divino vero e proprio consiste infatti nella gioia e nel piacere che proviamo studiando la Torà e osservandone i precetti: è così che riusciamo ad avvicinarci il più possibile ad Hashèm stesso.
Il Discepolo e il Maestro
L’idea può essere illustrata con la parabola del discepolo che si appresta a
imparare dal maestro un concetto talmente profondo che è totalmente al di sopra
delle sue facoltà di comprensione.
Il primo passo verso l’apprendimento consiste nell’annullamento totale di
fronte al maestro.
Il discepolo deve dimenticare qualunque idea preconcetta sull’argomento,
soprattutto il suo punto di vista personale, e accettare completamente le parole
dell’insegnante eliminando ogni traccia di orgoglio. Infatti, fintanto che sente
la propria essenza, non può che essere ostacolato nel tentativo di acquisire
nuovi concetti e di imparare una maniera diversa di concepire le cose.
La seconda fase consiste invece nella comprensione da parte del discepolo,
tramite l’intelletto e i sensi, delle parole del maestro. Se non avesse superato
lo stadio di autoannullamento, non sarebbe neanche in grado di comprendere
nulla, non vi sarebbe spazio nella sua mente.
È invece necessario che impegni tutte le sue facoltà intellettuali nella
comprensione di ciò che gli viene insegnato; deve investire la propria persona,
tutta la propria essenza nello sforzo di assorbire le parole del maestro.
Ma lo scopo di questo impegno viene raggiunto solamente con la terza fase,
quando cioè il discepolo ha non solo colto gli insegnamenti, bensì li ha anche
interiorizzati e ormai fanno parte di lui. È a questo punto che si stacca dallo
stato precedente per portarsi quasi al livello intellettuale del maestro. Così
diventa un essere nuovo, completamente diverso da quello che era in
passato.
Tratto da un discorso del Rebbe di Lubavitch