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La Candela Di Moshe


Erano le 7 di mattina e fuori era ancora buio, quando l'autobus uscì dalla stazione. Dal suo posto, Moshe salutò i suoi genitori, e poi osservò gli edifici di Manhattan che sfilavano davanti al suo finestrino.

Questa era la prima volta che Moshe stava per fare un viaggio tutto da solo. Erano iniziate le vacanze di Chanukà, ed i suoi genitori pensavano che egli fosse oramai abbastanza grande per andare a visitare i nonni che abitavano a Topeka, nel Kansas. Sarebbe stato un viaggio molto lungo. L'arrivo era previsto per le tre del pomeriggio del giorno seguente.

I suoi genitori avevano sistemato il suo bagaglio nell'apposito scomparto, ma una grossa borsa piena di panini imbottiti, frutta ed un thermos di brodo caldo occupava tutto lo spazio del posto vicino al suo. Moshe aveva anche insistito per portare con sè, sull'autobus la sua Menorà, ed alcuni libri da leggere.

A quell'ora, cosi di buon mattino, l'autobus non poteva essere pieno. La signora seduta dall'altra parte del passaggio cominciò a masticare con grande appetito una carota, dicendo a Moshe che ella si nutriva quasi esclusivamente di insalate. "Anche io sono molto prudente per tutto ciò che mangio", replicò Moshe, senza entrare in dettagli sull'argomento.

Moshe aveva la sensazione che alcune persone lo stessero osservando. Può darsi che si meravigliassero che stava viaggiando da solo, o che il suo berretto e Tzitzit avessero attratto la loro attenzione. Probabilmente non c'era nessun altro ebreo sull'auto

bus. D'altra parte, chi ancora poteva essere diretto a Topeka, nel Kansas, per passarvi i giorni di Chanukà? I bisnonni di Moshe vi si erano stabiliti circa 80 anni prima, quando erano arrivati in America.

Il loro piccolo negozio era cresciuto, ed era divenuto un'intera catena di grandi magazzini; ma i suoi genitori avevano lasciato gli affari e si erano trasferiti all'est. "Non c'erano abbastanza ebrei a Topeka" avevano detto, cosicchè Moshe non era sorpreso che le persone lo osservassero nell'autobus.

Ben presto lasciarono New York dietro di loro. Salendo lentamente e continuamente nella zona di collina, attraversarono piccoli campi con fattorie, videro gruppi di cavalli e di mucche al pascolo. Era una giornata invernale limpida e frizzante. II cielo era di un azzurro profondo, ed il sole faceva del suo meglio per scaldare un po' il paese. Finora non c'era neve. "Come è vasto questo paese", pensò Moshe, ricordando ciò che suo padre diceva spesso, "Quanto è grande la Tua creazione, Hashem".

Verso sera il tempo cominciò ad essere un pò nuvoloso. Moshe tentava di contare le stelle. La loro lontana luce gli faceva pensare che il giorno dopo, alla sera, avrebbe acceso la Menorà a casa di sua nonna. Gli piaceva osservare le piccole fiammelle fiammeggianti presso la finestra. Anche le stelle luccicavano nel cielo notturno. Era tardi. Moshe prese il suo Siddur, recitò lo Shema e si addormentò.

Quando Moshe si svegliò era ancora notte, o almeno, cosi gli sembrava. Invece era già mattina, ma il cielo era coperto da pesanti nuvole. Nemmeno il minimo raggio di sole riusciva ad attraversarle.

L'autista annunciò che era prevista una nevicata, ma che l'arrivo a Topeka sarebbe stato in orario. Effettivamente, poco dopo questo annuncio, Moshe notò i primi fiocchi di neve che volteggiavano e poi finivano contro il vetro del finestrino.

La neve piaceva molto a Moshe, ma adesso lo rendeva un pò nervoso. Era cosi buio, fuori. Ben presto la neve prese a cadere con maggior intensità. Si levò il vento, che contribui ad ammucchiare la neve. Moshe si senti tutto solo. Desiderava essere già arrivato alla casa dei nonni. "Non allarmarti", disse la signora seduta dall'altra parte del passaggio, "questo grosso autobus non verrà certo fermato da un pò di neve. Arriveremo in orario".

"Con l'aiuto di D-o", pensò Moshe.

La tempesta di neve andava intensificandosi. Moshe senti che l'autobus aveva rallentato la sua corsa. Andò dall'autista e guardò fuori dal grande finestrino anteriore. Era quasi impossibile distinguere quanto avveniva fuori. II vento spingeva la neve come una pesante cortina bianca. "Mi dispiace ragazzo" disse l'autista. "Stando cosi le cose ed il tempo, arriveremo con alcune ore di ritardo". Ripetè poi le stesse parole nell'altoparlante. Moshe sperava che i nonni non stessero in pensiero.

Lentamente, molto lentamente l'autobus si trascinava avanti. La tempesta di neve peggiorava. Al pomeriggio divenne ancora più buio. Non c'erano quasi macchine sulla strada.

"Chiedo scusa, signore e signori, ma dovremo fermarci alla prossima stazione di autobus, finchè il tempo non migliorerà almeno un poco", disse l'autista.

Moshe cominciò a recitare i passi della Torà che conosceva a memoria, "v'ahavta l'reacha kamocha...", "ed amerai il tuo prossimo come te stesso"... Improvvisamente l'autobus si inclinò lateralmente. La parte posteriore iniziò a scivolare, sbandando da una parte all'altra. Poi improvvisamente uscirono di strada, scivolando, e si fermarono finalmente in un fossato pieno di neve. Le valigie volarono da tutte le parti. Alcune persone caddero dai sedili. Moshe terrorizzato si aggrappò al suo bracciolo, finchè l'autobus si fermò.

"Orbene, signore e signori", disse l'autista al microfono, "pare che siamo finiti su un tratto di ghiaccio, e siamo usciti di strada. Adesso vengo a fare un giro per controllare che tutto sia in ordine. Grazie a D- o non ci siamo capovolti, ed entro breve tempo riprenderemo il nostro viaggio. Che nessuno si preoccupi, trasborderemo tra poco su un altro autobus".

"Si, figliolo, non dobbiamo preoccuparci", disse la signora vicina a Moshe, "tra poco sarai con la tua famiglia".

"Non è l'incidente che mi preoccupa," disse Moshe. "È l'ora. Tra poco sarà notte, ed io non ho le mie candele".

"Ma non ti servono candele", replicò la signora, "c'è abbastanza luce qui nell'autobus".

"No, mi servono le candele per accendere la mia Menorà di Chanukà. Oggi è la prima notte di Chanukà".

"Che cosa è una Menorà?", chiese la signora.

"È un candelabro per accendervi le candele'', spiegò Moshe, "Vede, questa è la mia Menorà». È qui che mettiamo le candele. Io uso candele di cera, ma mio padre usa olio".

"Oh, che tipo di olio?" chiese con grande interesse la signora.

"Olio d'oliva puro", specificò Moshe.

"Bene, posso darti l'olio d'oliva che ho qui con me," rispose la signora. "Non ne ho molto, appena quanto basta per condire la mia insalata. Ma se ti va bene, prego, prendilo tutto. Ecco, va bene?".

Gli porse un piccolo recipiente con l'olio d'oliva. Era della stessa marca che usava suo padre! "La prego, desidero pagarlo", insistette Moshe. Voleva essere sicuro che fosse olio di sua proprietà. Poi prese un pò di cotone da un tubetto di pillole che sua madre gli aveva messo nel sacchetto assieme alla frutta. Cautamente lo arrotolò facendone due stoppini, esattamente come faceva suo padre, uno per la candela, I'altro per il shamash.

Chiese poi all'autista il permesso di mettere la sua Menorà su un ripiano subito al disotto del finestrino anteriore. Oramai era ora di accendere i lumi di Chanukà. E cosi il piccolo Moshe si trovò in testa all'autobus, con un fiammifero in mano, pronto ad accendere la Menorà. Improvvisamente nell'autobus regnò un gran silenzio, quando la dolce voce di Moshe cantò le tre benedizioni per i lumi, con la stessa melodia che da anni sentiva cantare da suo padre:"lehadlik neir Chanukà... Di accendere i lumi di Chanukà".

Mentre stava terminando l'ultima benedizione, "Shehecheyanu'', per ringraziare D-o di averci "tenuti in vita, averci sostenuti e portati fino a questo momento", Moshe pensò di avere udito qualcuno singhiozzare. Accese la prima candela, e poi prese un secondo fiammifero per accendere lo stoppino che faceva le veci dello shamash.

Moshe osservava le sue luci con grande emozione, mentre fuori la tormenta infuriava. Poi senti che qualcuno stava piangendo. Guardò in giro per scoprire chi fosse e notò che si trattava di una delle persone che lo aveva osservato durante tutto il viaggio. Moshe andò verso il signore che gli disse, asciugandosi una lacrima:

"Non so perché sto piangendo in questo modo, suppongo che tutto ciò mi faccia ricordare i miei nonni. Avevo l'abitudine di andare a casa loro, nel Bronx, ogni Chanukà. Mia nonna faceva le latkes (frittelle) per tutti". Moshe rimase sorpreso: dopo tutto, era contento di non essere l'unico ebreo sull'autobus.

"Avevo un piccolo dreidel..." cantò qualcuno con un sorriso imbarazzato. "Conosci questa canzone, ragazzo mio?" chiese l'uomo. "Hai qui un dreidel (sevivon)?".

"Faresti meglio a cantare "Ma-oz Tzur" corresse qualcun altro''. "Ho dimenticato le parole. Come fanno? La-la-la la-la-la...".

"Sapete, dovremo tirare fuori la nostra Menorà quando arriveremo a casa", disse un altro passeggero. "Ho dimenticato completamente che questa è la prima sera di Chanukà. Vieni qua, ragazzo. Grazie per avere acceso la candela anche per noi. Posso darti i soldi di Chanukà? Mio nonno ci dava sempre i soldi di Chanukà. Quale è il tuo nome? Come ti chiami?

Mio nonno usava chiedere: "vemmens bist du?". Sai che cosa significa? "Di chi sei?". Sai, eravamo molto numerosi in famiglia e anch'io portavo Peyot e Tzitzit, proprio come tu oggi".

Moshe non poteva credere che ci fossero tanti altri ebrei sull'autobus. Osservava la piccola fiamma che brillava nella sua Menorà che aveva acceso il fuoco in molti cuori.

Improvvisamente si udì uno scatto e le luci si spensero. "Non allarmatevi'', gridò immediatamente l'autista, "a quanto pare, i nostri accumulatori si sono esauriti. Vado subito a mettere in funzione le batterie di emergenza. Rimanete tutti calmi. Qualcuno ben presto ci troverà".

"Come?", si lamentò qualcuno, "in questa tormenta di neve, fuori strada, in un fossato, senza luce alcuna, per farci notare. Rischiamo di morire congelati!".

Moshe iniziò a cantare "Ma-oz Tzur Yeshuati". Altre voci si unirono alla sua. Tutti gli ebrei nell'autobus stavano cantando. Lacrime scorrevano sui loro visi. Il canto diveniva sempre più forte, talmente forte, che nessuno si accorse del veicolo di soccorso che stava spingendo l'autobus.

"Appena in tempo", osservò l'autista. "Come avete fatto a trovarci?", "A dire il vero, eravamo sul punto di rimandare la ricerca a domani", disse l'uomo, "quando qualcuno notò la piccola luce che stava scintillando nell'oscurità, I'abbiamo seguita giungendo direttamente al vostro autobus".

"Era la fiammella ad olio di questo ragazzo" sottolineò l'autista.

"Sono dell'opinione che sia stato un miracolo".

Tratto da: Il Moshiach Times


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Posted: Dec 20, 2005
grazie per darmi spunto con le vostre storie a mettere ogni sera a letto la mia bambina!!
Posted By malka namdar, milan, italy



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