Per Rosh Hashanà è preferibile usare uno shofàr di montone in ricordo del sacrificio di Yitzchàk, e che sia incurvato per simboleggiare come noi incurviamo il cuore di fronte a D-o. È bene che lo strumento utilizzato non presenti spaccature o scheggiature, anche se ciò non ne pregiudica in senso generale l’utilizzo.
Il suono dello shofàr, con la sua caratteristica maestosità e potenza, esprime una forza tale da indurre l’animo umano a provare sentimenti profondi e, a volte, contrastanti come non hanno mancato di rilevare i Maestri. Tale contrasto di sentimenti, per cui a volte ci sentiamo sopraffatti e annichiliti dal suono dello shofàr e in altri casi piuttosto ci infonde e ci rinnova la fede nel futuro di Israèl, è legato alle circostanze evocate.
Nel giorno di Rosh Hashanà fu creato l’uomo, culmine dell’atto Divino: in quel momento D-o fu incoronato Re dell’universo. Ogni anno a Rosh Hashanà rinnoviamo la nostra sottomissione alla sua sovranità: ne è simbolo il suono dello shofàr.
Accettammo la Torà alle pendici del monte, e in quella circostanza si udì il suono dello shofàr (Esodo 19, 16). Ogni anno, dunque, ricordiamo e rinnoviamo questo legame di sottomissione alle leggi di D-o e di loro accettazione incondizionata; oppure pensiamo, per esempio, ad alcuni passi profetici le cui parole vibranti sono paragonate (cf Ezechiele 33, 1), per intensità, al suono stesso dello shofàr. Il suono dello shofàr provoca timore e tremito nel popolo (Amos 3. 6).
La sequenza dei suoni dello shofàr provoca nell’animo sentimenti di premonizione di quanto proveremo di fronte al grande e terribile giorno del giudizio finale (Sofonia 1, 14). Infine lo shofàr evoca l’ultimo grande raduno del popolo di Israèl, che avverrà proprio accompagnato dal suo suono. Ascoltando lo shofàr durante Rosh Hashanà, anticipiamo il carattere di quell’evento (Isaia 27, 13) e rafforziamo la fede nella venuta di Mashìach e la resurrezione dei morti.