Il filo della Teshuvà è intrinseco nel tessuto della Torà. La Teshuvà è tanto varia quanto lo è l'uomo. Fu l'angosciante risveglio di Adamo e Caino. Più tardi la seria conseguenza della melanconica adorazione del vitello d'oro.
A volte non avvenne, nonostante le severe richieste, le disperate esortazioni dei profeti ad un popolo caparbio ed indulgente ad abbandonare i loro proposti distruttivi. La Teshuvà può essere maestosa nella magnetitudine ed nel potere attribuitale dai saggi del Talmud. Dall'alba dell'umanità fino all'era spaziale, la Teshuvà è l'incoraggiante rovescio della medaglia della follia e del male.
La parola stessa è generalmente tradotta « pentimento » ma « ritorno » è preferibile, dipingendo l'anima che torna indietro al D-o accogliente dal quale aveva deviato.
Che un mortale possa fallire non costituisce una brillante rivelazione. Ma la conseguenza di questo luogo comune non dovrebbe essere cinismo. I difetti dell'uomo anche se intenzionati o malevoli - non lo condannano né lo rendono incapace.
Questa dottrina della Teshuvà può far superare la disperazione, trasformare abitudini radicate, opporre resistenza a debolezze confermate.
Un impressionante letteratura sulla Teshuvà si è sviluppata nei secoli. Nel Talmud, Kabbalà e Mussar, per il giurista, il mistico ed il moralista, Teshuvà fa parte del lessico. Nei primi tempi di Chabad molti di questi lavori facevano parte della preparazione richiesta al giovane aspirante chassid. La tradizione chassidica vuole che gli aderenti dell'allora nuovo movimento si chiamassero Baalei Teshuvà, pentiti, prima che il nome chassid fu accettato universalmente.
Nel 1783 poco dopo che Rabbi Shneur Zalman assunse la guida del chassidismo nella Russia Bianca-Lituania, egli si protrasse in approfonditi dibattiti con gli oppositori della chassidut; i formidabili eruditi del Talmud di Vilna e di altre fortezze dello studio del Talmud. Un incontro decisivo ebbe luogo a Minsk dove furono presentate al Rebbe due obiezioni alla dottrina chassidica. La seconda, sulla Teshuvà, è di nostro immediato interesse.
Il Baal Shem Tov, fondatore del movimento chassidico, aveva insegnato che uno dotto ed un santo devono anch'essi fare Teshuvà. Gli oppositori sentenziarono che ciò sminuisce l'onore della Torà e degli eruditi. La Teshuvà ovviamente connota rimorso per il peccato. Che questo sia il servizio Divino di un vero santo e «figlio di Torà» sarebbe un insulto gratuito.
Il Rebbe replicò a lungo ripetendo la discussione del Baal Shem Tov riguardo il cespuglio rovente attraverso il quale l'angelo di D-o si rivolse a Moshè. Il cespuglio è simbolo dell'umile, della persona ordinaria, in contrasto con l'albero alto e rigoglioso che il Talmud descrive come il simbolo dell'erudito. Il cuore ardente, la brama dell'umile, è il mezzo per la rivelazione di D-o, anche per il più grande dei profeti, lo stesso Moshè.
La reazione di Moshè fu «devo voltarmi» e come Rashi: commenta, «devo girarmi da qui per avvicinarmi lì». Ora poteva riconoscere l'unica qualità del popolo semplice, il loro possesso del «cuore di fuoco» e questo lo portò a fare Teshuvà. Ma per questo santo senza alcuna macchia, Teshuvà aveva un significato completamente diverso. Per lui Teshuvà significava insoddisfazione per ciò che lui era, Teshuvà era una spinta irresistibile per «girare da qui e avvicinarsi lì».
Il Baal Shem Tov insegnò chiaramente che il servizio dello Tzadik, il Santo, deve essere un avanzamento costante. Oggi deve essere un gradino più alto di ieri nel servire D-o e domani deve sorpassare oggi. Questa è la Teshuvà.
Teshuvà ha significati di vari livelli dal letterale pentimento per il male palpabile alla crescita dello spirito dello Tzadik. Chabad in generale e Igeret Hateshuvà in particolare si rivolgono all'ebreo, ciascuno secondo il suo stato, umile o esaltato, illetterato o erudito che sia.
I successori di Rabbi Shneur Zalman, i Rebbe di Chabad per le sei successive generazioni fino alla venuta del Mashiach, scrissero libri e rilasciarono innumerevoli discorsi (ma'amarim) sul tema della Teshuvà. Alcuni di questi sono profondi e reconditi; altri nel vernacolo Yiddish per l'illetterato.
I motivi chassidici caratterizzano il loro approccio alla Teshuvà come ad altri soggetti trattati nella chassidut. L'origine dell'anima umana, la scintilla divina dentro di lui, il suo infinito potenziale, la sua vicinanza a D-o, la sua abilità a controllare il suo destino - la possibilità di trasformarsi secondo la sua volontà - questo è il grano per i mulini del chassidut, lo sfondo per la Teshuvà.
Il Rebbe una volta descrisse la Teshuvà come il ritorno al vero «io». I tratti e gli atti indesiderabili dell'uomo sono una facciata artificiale, un celare del suo vero essere. Poco tempo viene trascorso concentrandosi nel male stesso, il macabro non trova ospitalità nella chassidut.
Un'altra dottrina Chabad è qui implicita, che l'uomo è un essere ragionante e non deve essere soggetto ad incontrollati ed errati capricci anche se a buon fine. Altrimenti il ruolo dell'uomo sarebbe passivo, un invisibile gioco di fortuite emozioni. Chabad insegna che le emozioni devono essere governate dall'intelletto, ed anche la Teshuvà, che sembra comportare il minimo sforzo intellettuale e ragionato è legata alla mente, ed in particolare per quanto riguardo le avanzate forme di Teshuvà.
Non che Chabad indichi distacco, non emozione, ma che l'emozioni abbiano il proprio posto nella fisionomia spirituale dell'uomo. Appassionato culto è un ideale Chabad, ma segue studio e meditazione. Sentimenti sublimi, Chabad insegna ulteriormente, ed emozioni commoventi non sono sufficienti in sé. Rimorso intenso per il passato, irremovibile determinazione per il futuro e serio desiderio di ritornare a D-o, deve essere tradotto in atti corrispondenti. La prova del pentimento, e la sua sincerità e profondità è l'effetto nella vita attuale.
La sfida è lanciata, la certezza sussiste, la Teshuvà rientra nella presa dell'uomo.