Nel 1648,
l’odioso Bogdan Shmielnicki condusse la sue orde di cosacchi in Ucraina dove
massacrarono centinaia di comunità ebraiche e polacche. Riuscirono a sterminare
quasi tutta la popolazione ebraica stabilita sulle rive dello Dniepr. La loro
crudeltà aveva sorpassato quella dei crociati. A Kiev, un gruppo di ebrei era riuscito a
rifugiarsi nelle foreste. Di giorno vivevano rintanati e di notte uscivano dai
loro ripari alla ricerca di cibo. Rav Meyer, della città di Shivotov, era la
loro guida spirituale in quel lugubre ma sicuro luogo, in quei momenti di
scoramento totale. Sua moglie fu uccisa dai cosacchi. Suo figlio Hershel di 13
anni era la sua unica ragione di vita. Dotato di una voce possente e commovente
con la quale era in grado di suscitare sia il pianto che l’allegria, Hershel
aiutava suo padre apportando conforto e sostegno morale ai compagni di
sventura, infondendo in loro speranza e fiducia nel futuro. Più di una volta la sua ugola magica impedì loro di suicidarsi o di
arrendersi agli spietati genocidari.
Ma il
gruppo non era abbastanza piccolo da rimanere ignorato, così la voce si era
sparsa che ebrei si erano nascosti nelle foreste. Dovettero addentrarsi nelle
oscure profondità della boscaglia vicino agli acquitrini per evitare i
pericoli. Senza saperlo, si erano stabiliti in una zona sotto il controllo di
un rivale di Shmielnicki, non meno sanguinario di lui. Era Booyar, il capo dei
Tartari. Nonostante la sua ferocia, gli rimaneva una fioca scintilla d’umanità.
Egli, infatti, serbava gran rispetto per un’anziana nomade che poteva dargli
ordini solo con un movimento delle palpebre: sua madre. I fuggiaschi capirono
che era giunta la fine. Si misero a dire il Viddùyi, la confessione dei peccati
nonchè l’ultima preghiera dei morenti. Mentre pregavano con tutta l’anima, la
voce straziante di Hershel si alzò per recitare il Kàddish, la proclamazione di
santità di Hashèm, anche quando ci si trova davanti alle lame affilate dei
tartari. Come per incanto, le grida selvagge cessarono. Gli ebrei si ridestarono
e il fulgore d’odio che prima brillava negli occhi di quei malvagi sparì.
Ammagliati, ascoltavano il ragazzino che, pur consapevole della gravità della
situazione, aveva caricato il suo timbro di un’emozione tanto forte da poter
intenerire gli assassini più scellerati. Stupito dal silenzio che
all’improvviso invase il campo, Booyar uscì dalla sua tenda e quella scena
surreale lo rese furibondo. Pazzo d’ira, brandì la sua spada sui suoi uomini
colpevoli di essersi lasciati beffeggiare da un bambino.
Capì che
Hershel era la causa di tutto, quindi lo afferrò per i capelli e alzò la spada
per decapitarlo. Ma il suo braccio fu fermato dall’esile mano di una vecchia
donna. Era sua madre che gli disse: “Non ucciderli, figlio mio. Sono sotto la
mia protezione. Questo ragazzo canterà per me fino al nostro arrivo a
Constantinopoli. Lì, potrai vendere lui e gli altri ad ottimo prezzo!”
Esitante, Booyar finì col cedere alle argomentazioni della madre. Ed è così che
Rav Meyer e la sua gente ebbero salva la vita. Ma furono trascinati in un
interminabile ed estenuante viaggio verso i Balcani finchè raggiunsero la
Turchia dopo lunghi mesi. Molti ebrei spagnoli e portoghesi scampati ai roghi
dell’Inquisizione trovarono asilo nel paese del sultano Suleyman II il cui consigliere
principale non era altro che un correligionario, Don Josef di Naxos*. Gli
espatriati avevano costruito una magnifica sinagoga e creato tutte le strutture
necessarie al buon funzionamento di una comunità ebraica. A Rosh Hashanà,
Booyar espose al mercato gli ebrei che intendeva vendere come schiavi. I turchi
squadrarono con sguardi curiosi e diffidenti quegli stracci d’uomini che
venivano proposti quali lavoratori. Naturalmente, non sarebbero stati buoni a
niente: per i lavori pesanti servivano uomini saldi, robusti e in ottima
salute. A seguito delle loro vicissitudini, rav Meyer e i suoi compagni persero
la nozione del Tempo. Non sapevano neanche che quel giorno fosse Rosh Hashanà.
Mentre
stavano lì esposti su una pedana della fiera, mentre la pebaglia li guardava
sghignazzando e insultandoli, udirono ad un tratto il suono dello shofàr
proveniente da una sinagoga non lontana. Istintivamente, piansero tutte le
lacrime del
loro corpo, quelle che rimanevano, e Hershel intonò la tefillà di rabbi Amnon “Unetanè
Tokef- e Tu dài
forza a questo giorno....e come un pastore conti i Tuoi agnelli. Così, fai
sfilare tutti gli esseri viventi. Tu conti le anime dei viventi....In questo
giorno, c’è scritto chi vivrà e chi morirà”. Cogli occhi chiusi, Hershel
pregava con tono sempre più in alto fino ad elevarsi al di sopra dei brusii del bazar e a
raggiungere le Porte della Misericordia Divina. Adunati nella sinagoga, anche i
congreganti udirono la melodia di Hershel. Si precipitarono al mercato e videro
il racappricciante spettacolo. Su ordine del
rabbino, corsero a casa e presero tutti i gioelli e le monete d’oro che vi
trovarono (sebbene fosse un giorno festivo si trattava di una questione di vita
o di morte, quindi poterono toccare e prendere oggetti Muksè, come i soldi).
Riuscirono a riscattare i loro fratelli in cambio di un ingente somma di
denaro. Salvati da un orrenda morte, rav Meyer e il suo gruppo si aggregarono
ai liberatori nella sinagoga. Insieme, lodarono Hashèm per il Suo aiuto
miracoloso.